Nel corso di una conferenza stampa, il Presidente Carlo Sangalli ha presentato il documento predisposto da R.ETE. Imprese Italia intitolato “Ripensare alla crescita del Paese: strategie e scelte di medio termine ”. Il testo individua nove azioni ritenute urgenti e cinque di sviluppo a medio termine per favorire la crescita. Si va dalla semplificazione degli adempimenti fiscali, al controllo e al recupero dell’evasione e alla riduzione progressiva della pressione fiscale per i contribuenti, alla necessità di migliorare i rapporti fra banche e imprese, tra pubblica amministrazione e imprese.

Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’intervento del presidente di R.E TE. Imprese Italia e di Confcommercio, Carlo Sangalli, nel corso della conferenza stampa di presentazione del documento “Ripensare alla crescita del Paese: strategie e scelte di medio termine” .

Benvenuti e grazie per avere accolto l’invito a partecipare a questa conferenza stampa indetta da Rete Imprese Italia, l’Associazione interconfederale promossa da Confcommercio, Confartigianato, CNA, Confesercenti e Casartigiani. L’abbiamo indetta per presentare il documento di Rete Imprese Italia dal titolo “Ripensare alla crescita del Paese: strategie e scelte di medio termine” . E’ un documento che si propone come sintesi della nostra analisi circa lo “stato di salute” dell’economia del Paese e le sue prospettive, e come sintesi delle nostre proposte – delle strategie e delle scelte, come dice il titolo del documento – per rafforzare il ritorno alla crescita.

E, naturalmente, il documento può allora essere letto anche come il contributo programmatico che Rete Imprese Italia intende offrire alla fase di lavoro comune tra le parti sociali, che si è avviata con l’incontro di lunedì.

Un lavoro comune – voglio sottolinearlo – che consideriamo particolarmente necessario. Necessario, perché ci stiamo confrontando – su scala globale – con un processo di ritorno alla crescita ancora lento, incerto, fragile, e soprattutto con una crescita che stenta a riassorbire disoccupazione ed a costruire nuova occupazione.

Così è – dicevo – su scala globale. Così è – ancor più lo è – per il nostro Paese.

Perché, nel caso del nostro Paese, gravano, sul processo di uscita dalla recessione, tutti i problemi, noti e di lungo corso, che siamo soliti richiamare sotto i titoli sintetici della crescita lenta, della produttività stagnante, della competitività difficile. Si ripropongono, così, gli ormai tradizionali differenziali tra la crescita  prevedibile per il nostro Paese – tanto per il 2010, quanto per il 2011 – e la media della crescita dell’eurozona.

Quanto al mercato del lavoro, certo conforta che, ad agosto, il tasso di disoccupazione italiano risulti dell’8,2% a fronte del 10,1% dell’eurozona. Ma sappiamo anche che comunque, nel nostro Paese, ci troviamo di fronte ad oltre due milioni di disoccupati, che la disoccupazione morde particolarmente nel Mezzogiorno, tra i giovani e le donne, e che complessivamente – con circa 23 milioni di attivi e 15 milioni di inattivi – il tasso di partecipazione della popolazione attiva al mercato del lavoro resta inchiodato intorno ad un modesto 57%.

Sul versante della finanza pubblica, per virtù e di necessità, si è praticata, nel tempo della crisi,  una politica di bilancio sobria, e giustamente concentrata sugli strumenti di protezione del capitale umano. A partire dall’estensione in deroga degli ammortizzatori sociali, il cui rifinanziamento va urgentemente definito. Ma, con un macigno storico quale è un debito pubblico pari a circa il 119% del PIL, non v’è dubbio che una più severa e cogente rivisitazione del Patto europeo di Stabilità e di Crescita sia, per l’Italia, un passaggio particolarmente delicato.

Così come lo è – su altro versante – la prospettiva del passaggio dai parametri di Basilea 2 ai parametri di Basilea 3.

Ecco, sulla scorta di questi cenni rapidissimi sulla difficile transizione italiana dalla recessione al ritorno alla crescita, emerge chiaramente – a nostro avviso – che il di più di produttività e di crescita, di occupazione e di sviluppo, di coesione sociale e territoriale di cui il nostro Paese ha urgenza deve oggi fondarsi su una profonda condivisione di obiettivi e di impegni tanto delle parti sociali, quanto delle politiche pubbliche.

Obiettivi ed impegni necessariamente ambiziosi, perché con tassi di crescita frazionali o frazionalmente prossimi all’1% è oggettivamente difficile perseguire tanto il riassorbimento della disoccupazione e la costruzione di nuova occupazione, quanto accelerare e rendere sostenibile il risanamento strutturale della finanza pubblica.

Sta dunque a noi – anzitutto a noi parti sociali – condividere una piattaforma di regole compiutamente collaborative, che, sul versante delle relazioni sindacali e dell’architettura contrattuale, sospingano processi concreti di rafforzamento della produttività nei luoghi di lavoro e consentano, particolarmente al secondo livello, di innescare una dinamica virtuosa tra maggiore produttività e miglioramento della dinamica salariale.

Chiedendo contestualmente alle politiche pubbliche di fare la propria parte: tutta e sino in fondo. Ad esempio, attraverso il potenziamento delle misure di detassazione del salario di risultato, e  la valorizzazione degli istituti del welfare contrattuale e dei processi di formazione continua per la costruzione di una società più attiva.

Una società, in cui la sicurezza sociale sia saldamente fondata sul lavoro, su più lavoro. Provo a dirla così: penso che oggi sia il tempo di una responsabilità ambiziosa. Di una nostra responsabilità, cioè,  ambiziosamente consapevole del fatto che è arrivato il momento di un investimento – fatto di impegni, volontà ed energie, e certo anche di ragionevoli risorse – per costruire un futuro dell’Italia diverso e migliore.

Per costruire – da oggi e con continuità di medio  termine, come suggerisce il titolo del nostro documento  – un Paese che cresca di più e meglio. E per chiedere anche alle istituzioni ed alla politica tutta di condividere questa responsabilità ambiziosa. Mettendo così al centro dell’impegno politico e dell’azione di Governo un’agenda di lavoro economico e sociale concretissima e fondata sul riconoscimento del fatto che – per dirla con parole recenti di Giulio Tremonti – la stabilità finanziaria è assolutamente necessaria, ma da sola non è sufficiente. Si tratta, allora, di rendere strettissimo il circuito tra stabilità finanziaria e spinta alla crescita, facendo avanzare tutto il cantiere delle riforme utili al rafforzamento della competitività complessiva del sistema-Paese.

E si tratta di farlo ora, profittando dell’avvio della  costruzione del nocciolo duro di una comune politica economica europea. Impegni concreti delle parti sociali ed impegni convergenti delle politiche pubbliche: secondo quella filosofia del tenere insieme, del connettere che – mi sia consentito di sottolinearlo – è iscritta nel codice genetico di Rete Imprese Italia.

Tenere insieme e connettere imprese e lavoro, economia reale e territori, territori e Paese nel suo complesso. E’ stato, infatti, giustamente osservato che la lezione fondamentale della crisi sta nella necessità di una forte rivalutazione delle ragioni dell’economia reale e del lavoro. Siamo d’accordo. Aggiungendo, allora, che si tratta di muovere dal riconoscimento della struttura reale di questa economia reale. Dal riconoscimento del fatto che, cioè, questa struttura è fatta da grandi imprese industriali, ed è un bene. Ma è fatta – anche e soprattutto – da tantissime piccole e medie imprese manifatturiere, e da un’economia dei servizi, cui concorrono imprese piccole, medie e grandi.

“Per ricominciare a crescere ripartiamo – così si legge nelle prime pagine del documento di Rete Imprese Italia  – dalle PMI e dall’impresa diffusa che garantiscono la tenuta del nostro Paese, poiché hanno messo a disposizione del sistema efficienza, competenza, orientamento all’innovazione e alla coesione sociale, necessari per dare continuità e stabilità alla ripresa”. Ecco, dalla ricchezza di questa articolazione dell’economia reale del nostro Paese dobbiamo ripartire.

“Per ricominciare a crescere – si legge ancora nel documento – è necessario un nuovo ‘Progetto Paese’, i cui assi portanti sono l’innovazione, la concorrenza, la qualità, la conoscenza e la legalità”.  Favorendo, così, la crescita di “rete” delle micro, piccole e medie imprese. Mettendo in campo tanto una buona politica industriale, quanto una buona politica per i servizi. Supportando le imprese esportatrici, ma anche rafforzando la domanda interna.

Lo ripeto: tenere insieme e connettere. Questo, in punto di metodo e di merito, vuole essere l’approccio di Rete Imprese Italia per l’esercizio di una responsabilità ambiziosa. Per la costruzione di un federalismo fiscale solidale e pro-competitivo, fondato su più responsabilità nelle scelte di spesa e nel ricorso alla leva della tassazione. E per un incrocio tra costruzione del federalismo fiscale  e riforma del sistema fiscale, che generi tanto semplificazioni e rispetto dei principi dello Statuto del contribuente, quanto una progressiva  riduzione della pressione fiscale complessiva.

E ciò attraverso il contestuale avanzamento dei processi di ristrutturazione, riqualificazione e riduzione della spesa pubblica,  e dell’azione di contrasto e recupero di evasione ed elusione. Non separando, ma tenendo insieme le ragioni di tutti i contribuenti in regola. Lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi. Redditi da lavoro e redditi da attività d’impresa. Lavorando insieme – pubblico e privato –  per costruire una pubblica amministrazione più efficiente e produttiva. Facendo così avanzare semplificazioni ed innovazione tecnologica ed organizzativa.

Ancora una volta, voglio dirlo ricorrendo ad una celebre frase di Luigi Einaudi: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano, nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli”. Ecco, vorremmo che, nel nostro Paese, non occorresse più dire “nonostante tutto”.

  • Lavorando insieme – funzione pubblica e parti sociali –  per una maggiore accessibilità del sostegno all’innovazione da parte dell’impresa diffusa, così come per un miglior raccordo tra il mondo dell’impresa e del lavoro ed una scuola ed un’Università più attente al riconoscimento ed al premio del merito e del talento.
  • Lavorando per il potenziamento della dotazione infrastrutturale e per la riqualificazione delle nostre città, in particolare affrontando il nodo della logistica urbana; per la riduzione del costo della provvista energetica del Paese e per la costruzione di una filiera delle energie rinnovabili.
  • Lavorando insieme – banche ed imprese – per assicurare il necessario finanziamento all’economia reale, con quella “lungimiranza” richiamata dal Governatore Draghi.
  • Lavorando per cogliere tutte le opportunità della risorsa turismo in un’Italia che dispone del primo patrimonio storico-culturale del mondo.
  • Lavorando – anzitutto attraverso una tutela rigorosa della sicurezza e della legalità – per affrontare la questione del Mezzogiorno come una grande questione nazionale. Un Mezzogiorno che, da otto anni consecutivi, cresce meno delle altre aree del Paese, e i cui incrementi di produttività e di crescita sono invece  determinanti per la maggiore produttività e crescita dell’intero Paese.
  • Lavorando per abbattere la disoccupazione giovanile, per abbattere il dato di quei due milioni di giovani italiani che – come ha ricordato l’Istat – né studiano, né lavorano.

Noi – noi di Rete Imprese Italia – siamo convinti del fatto che su questa agenda di lavoro sommariamente richiamata sia possibile, tra le forze sociali, ritrovare condivisione di obiettivi e comunanza di impegni. Con un clima, con un metodo di confronto sereno e costruttivo. Vocato alla ricerca, alla costruzione di coesione. Metodo particolarmente prezioso, in una fase in cui emergono segnali crescenti di tensione, che vanno, invece, assolutamente contrastati.

E siamo altresì convinti del fatto che questa scelta di responsabilità condivisa ed ambiziosa possa positivamente incalzare la responsabilità della politica. Dando così solide fondamenta ad una stagione di sobria e rinnovata etica pubblica, fatta tanto di regole, quanto di un concreto riconoscimento del primato degli interessi generali del Paese.