Di seguito l’intervento del Professor Aldo Bonomi, membro del Consiglio di Indirizzo della Fondazione R.ETE. Imprese Italia, apparso sul Sole 24 Ore in data 2 gennaio 2011.

Sarà l’anno della rappresentanza. Tra le principali fenomenologie della lunga transizione italiana c’è la crisi di quella che con De Rita, già presidente del Cnel, l’organismo che la fissa in costituzione, chiamo la società di mezzo. Nella sua duplice accezione di corpo sociale intermedio tra capitale e lavoro che svolge il ruolo, attraverso libere associazioni riconosciute dallo Stato, di rappresentare gli interessi. Ma anche terra di mezzo di quei ceti medi, se si vuole usare il termine nella sua valenza sociologica, di crisi di quella composizione sociale una volta ossatura mediana tra borghesia e proletariato.

Ai lettori dei microcosmi interessano entrambe le accezioni. Essendo il capitalismo molecolare, chi fa impresa sul territorio, interessato a tutelare e rappresentare i propri interessi e un pezzo di quel ceto medio diffuso che con il reddito da lavoro autonomo alimenta il bacino dei padroncini benestanti e dei professionisti, una volta si sarebbe detto delle professioni liberali. Veniamo da un secolo che ci aveva abituati a separare interessi e passioni. Con i primi confinati nel lavoro e nel fare impresa, rappresentati da sindacati e associazioni di categoria, e i secondi ad alimentare la politica, condensandosi nella forma-partito. Quando i confini tra i due mondi vitali si son fatti incerti si è prodotta una crisi della rappresentanza e della politica. Ciò è avvenuto al crepuscolo del secolo. Crisi della rappresentanza che a prima vista potrebbe sembrare poco appariscente. Quanto meno a confronto con il crollo verticale che negli stessi anni travolse la forma-partito. Ho sempre fatto una battutaccia di fronte al motore immobile della rappresentanza. Sono scomparsi dalla scena politica la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista e noi siamo qui a confrontarci con gli artigiani e i commercianti di destra e quelli di sinistra, con sindacati, una volta cinghia di trasmissione della forma-partito negli interessi senza più partito, almeno formalmente.

Al di là delle battute un dato su cui riflettere nell’anno che verrà è che il campo delle organizzazioni del 900, dai sindacati del lavoro ai rappresentanti del capitalismo dei piccoli fino a Confindustria, dalle corporazioni professionali vecchie e nuove fino ai sindacati del nuovo capitalismo delle reti, al di là dei livelli di forza istituzionale e lobbistica ancora cospicui, vive una difficoltà profonda nel posizionarsi nel mutamento avvenuto nella composizione sociale del paese.

Mi limiterò a citare ed elencare alcune delle più evidenti crisi e reazioni del motore immobile della rappresentanza. Citando l’“eppur si muove” che fa ben sperare che anche questo problema della società italiana sia ormai in agenda. Scusandomi da subito se non citerò tutte le trenta e più sigle che partecipano al rito della concertazione in sala verde a Palazzo Chigi. Essendo anche questo un problema non solo per chi ne scrive. Partiamo dai contadini, da ciò che resta della mitica bonomiana, la Coldiretti. Orfana della Dc ne ha dovuta fare di strada per riposizionare gli interessi di chi lavora in agricoltura. Declinando nei numeri con la modernizzazione industriale fordista, ridiventando centrale nel postfordismo degli Ogm, della centralità dell’ambiente, della qualità dei prodotti, siamo leader in Europa per la produzione biologica, sino ad arrivare a lanciare campagne come km 0 alleandosi con i consumatori. Confrontandosi con riscoperte antropologiche e culturali come Terra Madre di Carlin Petrini o con dinamiche competitive come Eatitaly che apre i suoi spazi a New York. Diventando così un segmento non da poco di quel made in  Italy che va nel mondo che abbiamo rappresentato all’Expo di Shanghai.

Passiamo agli artigiani e ai commercianti. Protocapitalisti i primi, per la cultura industriale dei grandi numeri che ha egemonizzato il secolo passato, salvo poi scoprirne la centralità strategica nei distretti e nell’indotto. Salumieri della rendita i secondi, che hanno dovuto confrontarsi con la grande distribuzione, il venire avanti della vetrinizzazione spettacolare dei consumi e con l’economia dell’esperienza. Confcommercio- Confesercenti –Confartigianato- Cna e Casartigiani hanno deciso di mettersi assieme creando l’associazione e la fondazione Rete Imprese Italia. Con la presunzione motivata di rappresentare l’impresa diffusa e territorializzata che si confronta con la globalizzazione del manifatturiero e con la terziarizzazione spinta delle reti di commercializzazione. Bene. Nessuno potrà più dire che sono invisibili, non fosse altro che sono davvero tanti, sono un popolo. Ed io non potrò più fare ironia sugli artigiani e i commercianti di destra e di sinistra.

Anche un altro figlio di un dio minore è cresciuto ed eppur si muove. Mi riferisco al mondo delle cooperative. Questa specificità e per alcuni, non per me, anomalia italiana, ha prodotto due grandi aggregati di rappresentanza come la Lega Coop e Confcooperative. Iceberg rossi e bianchi di un tessuto diffuso in transizione, rappresentano l’anima imprenditoriale del mutualismo che si è fatto impresa e spesso grande impresa. Basta aver presente alcune grandi cooperative di costruzioni, gli Ipercoop e la Granarolo. Non solo, attorno a questa galassia ruotano pezzi del capitalismo bancario del nostro paese come Unipol e le banche di credito cooperativo. Orbene i due iceberg hanno deciso anche loro di iniziare a dialogare per mettersi assieme. Non mi pare questione da poco che riguardi solo i figli di un dio minore. Si porta dietro l’interrogativo grande del che ne è del mutualismo e del cooperare nei tempi del produrre per competere.

Per arrivare presto in cima, nessuno vorrà negare che la vicenda Fiat-Pomigliano e Mirafiori, oltre che porre il tema grande del conflitto, dei diritti, della contrattazione nell’epoca dei flussi globali, pone questioni grandi, con la proposta di contratto aziendale separato con la transnazionale Fiat, a Confindustria e ai sindacati. Senza entrare nel merito tra chi abbia ragione o torto tra Marchionne e la  Fiom o dentro le divisioni sindacali, faccio solo notare che il confronto aspro in atto pone questioni di rappresentanza alle architravi del fordismo che erano Confindustria da una parte e sindacato dall’altra. Sotto traccia, ma piene di futuro, rimangono due questioni non da poco. Il tema della rappresentanza in tempi di class action per il capitalismo delle reti come le banche e l’Abi e il loro rapporto con i clienti o,  per rimanere nell’attualità, la class action che si accingono a presentare ai “padroni delle autostrade” gli automobilisti rimasti bloccati per ore al freddo e al gelo di questo inverno. Ai margini, ma spesso è dalla vibratilità del margine che il nuovo avanza, segnalo che una piccola associazione come Acta (Associazione Consulenti Terziario Avanzato) ha elaborato un interessante manifesto delle nuove professioni che interroga ordini professionali in crisi e si rivolge alla composizione sociale al lavoro con la partita iva. Un nuovo mondo che interroga quello del novecento che si sta muovendo lentamente. Ce n’è a sufficienza per dire che l’anno che verrà sarà anche l’anno della rappresentanza.

 Aldo Bonomi