Di seguito l’intervento del Professor Aldo Bonomi, membro del Consiglio di Indirizzo della Fondazione R.ETE. Imprese Italia, apparso sul Sole 24 Ore in data 16 gennaio 2011.

Servono i freddi numeri per capire se tiene il tessuto diffuso dell’artigianato e della microimpresa. Che, con i suoi caldi numeri e la sua estensione sociale e territoriale, di questi tempi usiamo un po’ come la nostra coperta di Linus. Inneggiando alla nostra vocazione ad essere operosi e risparmiosi, che da un lato ci protegge dalle turbolenze della finanza, e dall’altro copre la voragine dei conti pubblici. Temo sia necessario sgombrare il campo da queste retoriche. Quella coperta tranquillizzante, che noi  raccontiamo come un insieme indistinto omogeneo dell’italietta che ce la fa, mostra buchi, crepe e vi si aprono faglie. Tra medi, piccoli e piccolissimi. Tra il fronte e le retrovie dell’innovazione e della terziarizzazione. Tra settori esposti ai venti freddi della concorrenza mondiale e settori (per ora) protetti dalle politiche pubbliche. Tra chi si rivolge direttamente ai mercati e agli utenti finali e chi invece è un anello del ciclo della subfornitura. Tra chi opera nelle grandi aree urbane e chi invece lavora e produce nel contado.

La prima faglia è quella della dimensione. Le elaborazioni di Unioncamere, in questo senso, non lasciano spazio a fraintendimenti. Fatto 100 il fatturato di dieci anni fa delle imprese manifatturiere italiane, le imprese che superano i 50 milioni di fatturato sono oggi a quota 98,9, quelle tra i 5 e i 50 milioni a 95,9. A soffrire di più sono le piccole e le microimprese, che si attestano rispettivamente a 88,2 e 69,1. Performance, queste, che assottigliano pericolosamente il rendimento sul capitale investito, dal 6,9% al 4% per le piccole, dal 6,8% al 3,4% per le microimprese. E che fanno crescere ancora di più l’incidenza del costo del lavoro sul fatturato, che passa dal 16,6% al 18,1% per le piccole e dal 20,9% al 23,5% per le microimprese. Qualcuno, maliziosamente, commentando questi dati, avrà da dire che siamo di fronte ai soliti artigiani e piccoli imprenditori con l’impresa povera per il bilancio e la famiglia ricca. Anche se fosse, e così non è, visto che molti per tenere nella crisi hanno cominciato a vendere la casa al mare, sino a quando si potrà far conto sulla coperta stretta del risparmio delle famiglie usato sia per lo Stato che per l’impresa?

L’impatto della crisi è stato differente anche in relazione ai diversi settori economici e della posizione delle imprese lungo la filiera. Soffre tremendamente chi opera su mercati esposti alle oscillazioni dell’economia mondiale. Ed ancor di più chi è inserito nei cicli di subfornitura. È una minoranza l’avanguardia agente del popolo dei piccoli che ha imboccato la strada dell’internazionalizzazione senza l’ombrello protettivo della media impresa committente. Caso esemplare, quello della meccanica. Per la quale i dati elaborati dal Centro Studi della CNA raccontano di una contrazione della produzione del 33,7% e una diminuzione del fatturato del 24,4% fra il 2008 e il 2009. Altri soffrono meno, invece. Chi si rivolge direttamente ai mercati di consumo, ad esempio, che ha mitigato l’impatto del calo degli ordini puntando su produzioni di maggior qualità, sulla terziarizzazione e su elementi immateriali quali il brand e la fascinazione del prodotto. Come il settore calzaturiero, ad esempio. Che a fronte di un crollo della produzione, diminuita del 43,7% negli ultimi cinque anni, ha subito un ben più contenuto calo del fatturato, nell’ordine del 9%. Soffre ancor meno – anche se la mannaia dei tagli agli enti locali non fa dormire certo sonni tranquilli – chi, operando nei bacini protetti dei mercati locali, ha potuto beneficiare di politiche pubbliche di sostegno alle economie di territorio. Si pensi, ad esempio, agli impiantisti, trainati dalle nuove normative in materia di risparmio energetico e dalle sovvenzioni che stanno gonfiando come un palloncino – alcuni già parlano di “bolla” – i settori della nostrana green economy. Esperienza, questa, che al di la dei dubbi sulla solvibilità e la celerità dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, rimane un segnale importante che ci fa dire che quando si imboccano strade innovative il popolo dei piccoli è svelto ad imboccarle.

Non dimentichiamo che a rattoppare molti buchi della coperta del capitalismo molecolare ci ha pensato la cassa integrazione in deroga. Che è ancora necessaria per quel motore immobile delle imprese che non chiudono, ma che non ha ancora assimilato la discontinuità che l’innovazione tende sempre più ad essere una precondizione alla sopravvivenza. È vero i numeri di Unioncamere ci dicono che anche nell’anno appena passato “piccole imprese crescono”, 22.000 in più rispetto al 2009. Ma, discutendo con Rete Imprese Italia, che associa Casartigiani, CNA, Confartigianato, Confcommercio e Confesercenti, ti dicono che tra i loro associati, più che nuovi settori dell’innovazione e player internazionalizzati, si ritrovano spesso servizi dequalificati  e concorrenza a basso costo. Molti di quei numeri, del resto, sono fatti di migranti (cosa positiva visto che l’impresa produce inclusione sociale) e soggetti in uscita dal lavoro dipendente che trovano nell’auto-imprendorialità l’unica strada possibile per produrre reddito e senso.

Sono numeri, storie, di una tempesta silenziosa, che non raggiunge le prime pagine dei giornali e i titoli dei TG. Ma che obbliga a riflettere e porsi domande. Ricordandoci sempre che la crisi della grande impresa, la sua delocalizzazione o il suo atterraggio (siamo stati tutti con gli occhi all’insù a guardare a Mirafiori)  giustamente produce grida, lamenti, conflitti. Non fanno rumore i tanti sussurri di chiusura di piccole imprese. O il tragico togliersi la vita di coloro che nel fallimento dell’impresa vedono il fallimento di un progetto di vita operosa. Ma quel che più mi preoccupa, al di là dei numeri, come sempre sono le tendenze di lungo periodo e lo scavare nell’antropologia e nella cultura del capitalismo molecolare. Il sentire ciò che palpita nel profondo dei microcosmi. Non c’è dubbio che rispetto al ciclo lungo che per vent’anni, dal ’70 al ’90, dentro la crisi del fordismo, aveva dato origine alla proliferazione del postfordismo italico fatto di impresa diffusa, piccola impresa e artigianato, tutti quanti assieme protagonisti dell’Italia dei distretti, oggi, a fronte dei nuovi scenari dati dalla globalizzazione e dalla crisi si è passati da una fase di proliferazione a una di selezione. A cui corrisponde un interrogativo più profondo. Mi pare che siamo di fronte al venir meno della spinta propulsiva di una generazione. Quella che dalla bottega è passata al capannone, dal capannone al capitalismo molecolare, e da questo alla condensa dei distretti produttivi. Sentendo il racconto di molti artigiani e di molti titolari di piccola impresa, riecheggia la stanchezza data dalla perdita di status e di ruolo sociale, soprattutto nei confronti dei figli. Una perdita di ruolo sociale che avevamo già sentito nei racconti dei contadini, quando toccò a loro il duro passaggio della selezione. Che lamentavano come fosse sempre più difficile trattenere i figli in campagna. Così oggi loro ti raccontano come sia sempre più difficile trattenere i figli o prendere dei giovani nel ciclo dei capannoni. Questione non da poco. Che, se vogliamo dirla fuori dal racconto sociale, rimanda al delicato passaggio che dentro la crisi abbiamo tra l’Italia manifatturiera e l’Italia del terziario che verrà. Non possiamo permetterci di perdere la prima in una fase storica in cui non abbiamo ancora costruito e delineato la seconda.

Aldo Bonomi