Il Commento del Presidente della Fondazione R.ETE. Imprese Italia, Giuseppe De Rita, al «Progetto delle imprese per l’Italia»

«Parliamo tutti e tanto di uscita dalla crisi, di ripresa e di sviluppo, ma non ci rendiamo conto che lo facciamo in uno scenario di straordinaria coincidenza di elementi ostativi alle nostre speranze. E’ innegabile, infatti, che stiamo assistendo alla compresenza di almeno tre fattori che rendono difficile anche solo prevedere vie di uscita dalle attuali difficoltà: la progressiva sfilacciatura della politica si intreccia, infatti, con la stabilizzazione, se non con l’aumento, del debito pubblico; con la lenta e quasi immobile individuazione di provvedimenti realistici e funzionali; con l’immanenza di elementi immateriali (di carattere speculativo e di sfiducia collettiva) che attribuiscono non poca incertezza ai processi e ai flussi di una dinamica economica non certamente stabile.

In queste circostanze, del tutto problematiche, l’iniziativa assunta dalla Confindustria, da R.E TE. Imprese Italia, da Alleanza delle Cooperative, dall’Abi e dall’Ania va letta soprattutto per la sua capacità di indurre un mutamento sostanziale nei rapporti fra la politica e gli interessi reali del paese, ricordando con forza che il nostro sistema-paese è nato grazie ad una forte coesione fra governi, soggetti intermedi e comunità di persone.

Ma la richiesta di cambiamento sarebbe stata e sarebbe puramente rituale, quasi di routine, senza uno scatto di iniziativa e di proposizione unitaria da parte dei sottoscrittori del documento congiunto presentato venerdì 30 settembre 2011. Va quindi visto con favore il fatto che, rispetto alla frammentazione sempre più accentuata fra schieramenti partitici e fra le loro componenti interne, il «Progetto delle imprese» ha il pregio di esplicitarne l’assunzione di una responsabilità unitaria sui temi cruciali per il paese. Può essere sfuggito, infatti, che il progetto è frutto di una mediazione reale fra grappoli di interessi che spesso in altre occasioni si sono trovati contrapposti (basta pensare al rapporto non certo facile che le imprese hanno con il credito e alle stesse diversità di approccio economico che contraddistinguono la produzione dalla distribuzione di prodotti e di servizi); ma non si può non prendere atto che è stato trasferito al sistema di governo un messaggio propositivo e compatto, che potrà o meno essere tradotto in norma di legge, ma che resta un cardine non revocabile della responsabilità che le parti coinvolte hanno assunto e che va oltre le loro diversità e le loro tradizionali prassi di lobbying .

E’ implicita infatti nel documento delle cinque Organizzazioni la volontà di andare verso un’azione di tutela generale, che sussuma, senza tradirle, le aspettative delle categorie. Si sale, credo coscientemente, verso una dimensione pre-politica delle rappresentanze delle imprese, pur conoscendo esse bene i confini di azione che da sempre si sono date. Le cinque sigle firmatarie non sono di per sé soggetti politici, ma hanno dimostrato di saper sviluppare insieme due elementi basici dell’azione politica: alcune idee concrete fuse in un sola voce; e la promozione di una gamma di interessi comuni sia ai loro iscritti, che a tutta la base produttiva italiana e al sistema socio economico nel complesso. In questo senso, le organizzazioni datoriali che si sono sedute assieme per definire questo progetto hanno colto appieno le domande delle imprese che, senza distinzioni settoriali, chiedono non una nuova e irripetibile stagione  di sostegno pubblico alla loro iniziativa, ma la definizione di regole produttive che siano destinate a sostenere e non a rendere impossibile l’azione imprenditoriale.

Il «Progetto delle imprese» non si ricollega alla tentazione fin troppo frequente dei grandi protagonisti di fare politica o di innovare i riferimenti sociali della politica (basterebbe citare quanto siano state politicamente interpretate recenti uscite di grandi imprenditori e manager). Esso più semplicemente avvicina alla politica le singole realtà aziendali, da sempre lontane ed ostili (specie le piccole, quelle che vivono in R.E TE. Imprese Italia) all’accentramento e alla verticalizzazione del potere, sia politico, sia economico. Questo Progetto  porta le imprese  oltre la diffidenza per la politica e riporta in primo piano forme specifiche di aggregazione e rappresentanza che non si proiettano sull’arena politica per la conquista e l’esercizio del potere, o per inerte chiusura in  logiche  neo-corporative, ma per lavorare insieme (fra loro e con il potere pubblico) per il bene collettivo.

In questa prospettiva, l’assunzione di un ruolo funzionalmente politico da parte di responsabili della rappresentanza datoriale può diventare un elemento di contrasto alla definitiva corruzione della politica».